Ne ho letti tanti di articoli sulla psicologia del distacco. Su come affrontare bene la separazione dai figli nel momento dell’entrata all’asilo nido o alla scuola materna. E dopo averne esaminati un bel numero, la mia scientifica conclusione è: sono tutte palle. 

Il distacco dai propri figli è sempre una cosa pesante. Difficile. A volte, non esagero, straziante. 

Puoi essere pronta quanto vuoi a mettere in pratica i saggi consigli degli esperti, ma quando sei costretta a lasciarli a qualcuno e andartene via, vaffanculo, si sta male. 

Per me è insopportabile il pensiero di lasciare i miei bambini alle nove del mattino e vederli dopo sei ore quando va bene, otto quando va male. Otto ore sono un terzo di una giornata intera. Cosa fanno in quelle ore? Cosa pensano? Dove credono che sia andata? 

Io lascio mia figlia alle maestre dell’asilo nido e una manina si protende verso di me e un pianto disperato esplode su una faccina che fino a un minuto prima rideva beata tra le mie braccia. 

Lascio mio figlio alle maestre della scuola materna e il suo volto si fa serio e pieno di speranza. Un volto che mi dice: “sono grande, lo so che torni, posso farcela a stare tante ore senza di te, però mi manchi”. E una vocina esce da quel volto e mi dice: “ci vediamo dopo mamma”. 

Li lascio sorridente, mi giro sui miei passi, ingoio il magone che mi attanaglia la gola, procedo verso la mia giornata e vado. Corro perché le ore se ne vadano via presto, perché loro non abbiano il tempo di pensarmi quanto io penso loro. Mi immagino tutte le piccole azioni che stanno facendo mentre io compio le mie. Una mano che scava nelle foglie del giardino o che impila mattoncini di Lego, un carattere che si forma nella lite con un compagno per chi deve tenere un escavatore; immagino una mano paffutella che afferra tanti oggetti sconosciuti e se li porta alla bocca per conoscerli. Sento una vocina che dice alla maestra che deve fare la pipì e una vocina ancora più piccola che emette un gridolino misto a pianto per far capire all’educatrice che vuole stare in braccio o cambiare gioco. 

Ognuno di loro si impegna tantissimo per farcela, per farsi capire, per imparare, per resistere senza la mamma. E questo mi dà un’enorme forza per farcela pure io, per imparare a stare lontana, per resistere senza loro al mio fianco. 

Però il momento del distacco, in cui devo sempre rivestirmi di sorrisi e sicurezza e convincerli che in quelle ore giocheranno tanto, si divertiranno un mondo e che è meglio andare a scuola piuttosto che stare a casa perché a casa abbiamo pochi giochi e invece a scuola ce ne sono tantissimi e tutti i bimbi si divertono, è sempre un momento di merda. Sì, di merda. 

Forse andrà meglio quando saranno grandi e se ne andranno di casa felici di uscire e di togliersi dalle scatole la loro mamma. Almeno li vedrò uscire sorridenti e sicuri di loro. E a quel punto avrò altri articoli da leggere. Altre psicologie da imparare. E da mandare a quel paese.

Distacco
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